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venerdì 26 luglio 2013

Rudy Leonelli su «Classe» di Andrea Cavaletti



[abstract del  contributo al dialogo « A partire da un  libro :  Classe di A. Cavalletti »
per il 

Magione (Perugia)Sabato 27 luglio]




Classe, di Andrea Cavalletti, in virtù della forza intempestiva della sua problematica fondamentale, riassunta nettamente dalla breve parola che –  sola –  costituisce il titolo completo del libro, segna di fatto  un sensibile scarto rispetto a forme più o meno generiche di contestazione del potere, e/o  di  riemergenti espressioni di un anticapitalismo ridotto a mera protesta morale.
Ed è  probabilmente proprio per il  suo carattere  inattuale, che lo distanzia dal panorama culturale e politico corrente, che Classe  (come ha affermato,  tra altri, per es. Umanità Nova)  è stato da sùbito, un avvenimento.


Affrontando questo libro incisivo, necessariamente complesso e impegnativo (soprattutto in ragione di quello che Damiano Palano ha definito «il raffinato percorso compiuto da Cavalletti» nel tentativo di «scorgere l’elemento distintivo della classe»), vengono proposti alla discussione alcuni nodi problematici salienti:

I) un tentativo di specificazione del concetto chiave di solidarietà, concepito ed agito in termini materialisti, estraneo a supposti valori «superiori», come è stato chiarito da autori ed esperienze della scuola di Francoforte;


II) alcuni possibili approfondimenti del rapporto Foucault-Marx configurato nella chiara esposizione di Cavalletti concernente la biopolitica come forma del governo della popolazione;

 III) la conclusione sviluppa alcune considerazioni   essenziali sull’importanza dei concetto di reattivo (di ascendenza nietzscheana) magistralmente riattivato da Gilles Deleuze, che svolge un ruolo decisivo in Classe.

sabato 25 maggio 2013

Dei predicatori di morte [Von den Predigern des Todes]


 Vi sono predicatori di morte: e la terra è piena di gente cui bisogna predicare di abbandonare la vita.

Piena è la terra di superflui, corrotta la vita dai troppi.

Possano costoro con gli allettamenti della “vita eterna” essere tolti da questa vita!  …



Friedrich Nietzsche

 Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen
trad it. Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, a c. di G. Colli e M. Montinari, Adelphi Edizioni

sabato 17 novembre 2012

Foucault interprete di Nietzsche, di Stefano Righetti



Stefano Righetti

Foucault interprete di Nietzsche
 Dall'assenza d'opera all'estetica dell'esistenza

Mucchi Editore, Modena 2012




Prefazione di Manlio Iofrida:

La ricerca di Stefano Righetti è un lavoro non solo di ampia portata dal punto di vista quantitativo, ma particolarmente rilevante dal punto di vista dell'originalità con cui viene affrontato l’argomento. Il problema scientifico del rapporto fra Nietzsche e Foucault è naturalmente di quelli che sono ben noti agli specialisti; tuttavia, nonostante i numerosi lavori, anche apprezzabili, che ad esso sono stati dedicati, i nodi più essenziali della questione, sia dal punto di vista teoretico che storico, non sono stati ancora sufficientemente messi a fuoco; e del resto, se si pensa alla questione più generale dell'influenza di Nietzsche sul pensiero francese, si deve dire che, nonostante l’esistenza di studi validi, anche recenti, come quello, ad esempio, di Jacques Le Rider (Nietzsche en France, Paris, puf, 1999), molto rimane da fare. Quindi, per entrambi i versanti su cui verteva la sua ricerca, si deve dire che l'autore ha dovuto fare molto da solo, andando alle fonti originali, e soprattutto mettendo a fuoco le domande giuste da porre alle fonti. In questo senso, il lavoro si avvale di un solido metodo storico-filologico, che è quello più consono alla nostra tradizione italiana ma, naturalmente, corretto e tarato con riferimento all’oggetto di cui si occupa: si trattava di applicare a Foucault il metodo storico, ma anche il suo metodo storico, secondo un circolo vizioso che non si può aggirare nei lavori che riguardano la filosofia contemporanea. Questo ha permesso di evitare la sterilità di un procedimento meramente filologico, che accumula dati senza alcuno schema organizzativo: anche il primo capitolo, che affronta la ricezione di Nietzsche in Francia che sta alle spalle di Foucault, sceglie i suoi dati allo scopo di mettere ben in rilievo la specificità della, anzi delle letture che di Nietzsche farà il filosofo francese. Questa limitazione o modificazione del metodo storico-filologico non significa però che esso sia stato messo del tutto fuori gioco: al contrario, la scommessa, largamente riuscita, del lavoro è quella di mettere in contatto Foucault con la storia, culturale e non solo culturale, del suo tempo, e di evitarne così una lettura tutta interna, una di quelle interpretazioni di Foucault[ sulla base dello stesso Foucault che riempiono sempre di più, e sempre più inutilmente, gli scaffali delle biblioteche. I risultati di questo attento dosaggio di metodo strutturale e metodo storico, o, se si vuole, di metodo francese e metodo italiano, perché qui sono le rispettive tradizioni di Italia e Francia ad essere in gioco, è una profonda differenziazione dell'oggetto studiato, una sua articolazione diacronica molto ricca: tanto che viene da domandarsi se fra il Foucault di cui Righetti tratta nel secondo capitolo, essenzialmente quello di Folie et Déraison, e il Foucault terminale, quello degli ultimi due corsi al Collège de France, non ci siano, dal punto di vista dell’impianto teorico di fondo, più discontinuità che continuità. Certo, Nietzsche rimane un riferimento essenziale dall’inizio alla fine della traiettoria del filosofo di Poitiers, ma, appunto, uno dei meriti del lavoro è di far vedere, e in modo molto chiaro e documentato, che, di volta in volta, sono diverse fasi, diverse opere del filosofo tedesco ad essere da lui sfruttate: e quale autore meno di Nietzsche, con le sue infinite maschere, potrebbe servire da collante unitario di un lavoro intellettuale durato trent’anni?
Non starò ora a fare un resoconto dettagliato di tutto quello che emerge dalla vasta ricerca dell’autore: mi limiterò a mettere in evidenza quelli che a mio modo di vedere sono i punti essenziali.
Dunque , innanzitutto, la peculiare lettura di Nietzsche che sta dietro a Folie et Déraison: che un impianto romantico, o romantico-schopenhaueriano, sia il nucleo forte di tale lettura mi sembra indubbio[1]. Certo, il testo è complesso, e se ne attende un’edizione critica, che permetta di mettere a fuoco le differenti stesure: si può ipotizzare infatti che esse siano il motivo dei frequenti cambiamenti di prospettiva del discorso di Foucault, che si riflettono in una terminologia oscillante, quando non contraddittoria; ma la sostanza della posizione filosofica dell’autore è quella che è bene espressa dalla Préface della I edizione dell’opera [2], in cui centrale è il riferimento alla coppia concettuale apollineo-dionisiaco e, quindi, al Nietzsche de La nascita della tragedia.
Righetti mette peraltro ben in evidenza come il riferimento a Nietzsche sia , oltre che diretto, mediato da altri, ingombranti numi tutelari del lavoro del filosofo francese: il Blanchot del saggio La parole «sacrée» de Hölderlin [3] in poi, naturalmente, Georges Bataille.
Ma un altro fatto ancora più interessante è il fatto che l’autore mostra come, nel giro di pochi anni, questa posizione sia abbandonata da Foucault: già con
Le parole e le cose, episteme logica e la verità scientifica assumono un rilievo assai maggiore; netta è ora la rottura col dionisismo e il romanticismo delle prime opere; netta presa di distanza di Foucault da una critica meramente negativa della scienza …

_________________
Note:

[1]. Questa affermazione va bilanciata con la presa in considerazione dell'influenza dello Hegel della Fenomenologia dello spirito e del pensiero di Jean Hyppolite: in proposito si rinvia, per i vari studi dedicati alla questione, alla bibliografia citata in R. M. Leonelli, Foucault généalogiste, stratège et dialecticien. De l’histoire critique au diagnostic du présent. thèse pour l’obtention du grade de Docteur en Philosophie, Université de Paris X - Nanterre, Année Universitaire 2006-2007, cap. I, Une archéologie du «pour nous». Pratique généalogique et métamorphose de l’hégélianisme dans l’Histoire de la folie, pp. 15-72: tale capitolo, di cui è da auspicare la pubblicazione, è a mio avviso il punto più maturo a cui è giunta la ricerca su questo tema fino ad ora.

[2]. Cfr. M. Foucault, Preface, in Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, Plon, Paris 1961, pp;. I-XI.

[3].Cfr. M. Blanchot, La parole «sacrée» de Hölderlin, in La part du feu, Gallimard, ParisParis1943.

sabato 21 aprile 2012

Seminario: "Hegel et Nietzsche dans l’Histoire de la folie"

 
Università degli Studi di Bologna


Nel quadro del corso di Filosofia della Storia

( Laurea Magistrale - Erasmus Mundus )

del prof. Manlio Iofrida




il dott. Rudy M. Leonelli

terrà un seminario dal titolo:

Hegel et Nietzsche

dans lHistoire de la folie




 
Il seminario avrà luogo il 23 e 24 Aprile 2012
in Aula E, via Zamboni, n.34, dalle ore 13,30 alle ore 15.

domenica 9 ottobre 2011

ode a Nietzsche - Jim Morrison, 1968 (improvvisazione)

an improvised ode to Friedrich Nietzsche

un'ode improvvisata per Friedrich Nietzsche



 Jim Morrison improvvisa un'ode a Friedrich Nietzsche prima di un concerto  - 1° settembre 1968  

mercoledì 9 marzo 2011

Boulez - Mahler - Nietzsche: "O Mensch! ..."





Uomo sii attento!
Che dice la mezzanotte profonda?
«Io dormivo, dormivo –,
«Da un sonno profondo mi sono risvegliata: –
«Profondo è il mondo,
« E più profondo che nei pensieri del giorno.
«Profondo è il suo dolore –,
«Piacere – più profondo ancora di sofferenza:
«Dice il dolore: perisci!
«Ma ogni piacere vuole eternità –,
«– vuole profonda profonda eternità»

lunedì 31 gennaio 2011

Klossowski: Nietzsche, «cultura» - «miseria sociale» - «crimine» - «lotta contro la cultura»

Nietzsche, ben prima di aver percorso tutte le fasi del suo pensiero, quando ancora non aveva rifuso i suoi modi di concepire il significato delle varie culture che si sono succedute nell’Occidente, già nel 1871, alla notizia dell’incendio delle Tuileries sotto la Comune, vede in questo avvenimento l’insostenibilità di una cultura tradizionale:

«… bisogna riconoscere» scrive a Gersdorff, «come proprio questo fenomeno della vita moderna, e quindi l’Europa cristiana e il suo Stato e specialmente la sua “civiltà” romanza,oggi predominante ovunque denuncino la grave tara da cui è affetto il mondo: noi tutti e il nostro passato siamo colpevoli di questo terrore che si manifesta alla luce del sole: quindi dobbiamo ben guardarci dall’imputare dall’alto dell’opinione che abbiamo di noi, il crimine della lotta contro la cultura esclusivamente a quegli infelici. So bene che cosa vuol dire: lotta contro la cultura [*]. Quando venni a sapere dell’incendio di Parigi, per alcuni giorni mi sentii completamente annientato, e mi scioglievo in lacrime e dubbi: tutta la vita scientifica, filosofica e artistica mi apparve un’assurdità, dal momento che basta un solo giorno per spazzar via le supreme meraviglie, anzi interi periodi dell’arte; e mi aggrappai con seria convinzione al valore metafisico dell’arte, che non può esistere per la povera gente, bensì ha da compiere ben più alte missioni. Ma nonostante il mio immenso dolore, non me la sentivo di scagliare anche solo una pietra su quei profanatori i quali, per me , non erano che i portatori della colpa universale, sulla quale molto c’è da meditare!…».

Il giovane professore di filologia del 1871 si esprime e reagisce ancora da erudito «borghese»; tuttavia, il cinismo di una frase come: «l’arte non può esistere per la povera gente» implica una autoironizzazione critica, un’autocondanna espressa nelle prime e nelle ultime righe: se l’arte non può esistere per la «la povera gente», allora questi ultimi si addossano la colpa della sua distruzione: ma così non fanno che manifestare la «nostra» colpa universale, che consiste nel dissimulare la nostra iniquità sotto l’apparato della cultura. Addossarsi il crimine della lotta contro la cultura – questo è il tema soggiacente al pensiero ancora ellenizzante del giovane Nietzsche; e questa non è che l’altra faccia del tema che si farà sempre più esplicito nel corso degli anni successivi: addossarsi il «crimine» della cultura contro la miseria esistente  – il che finisce per mettere in causa la cultura stessa: una cultura criminale.
A prima vista, la visione è assolutamente aberrante: i comunardi non si sono mai sognati di attaccare l’arte in nome della miseria sociale. Il modo in cui il problema viene qui posto da Nietzsche, all’annuncio di una notizia falsa, è la prova lampante di ciò che egli stesso confessa: un senso di colpa borghese. Ma proprio a questo punto egli pone il vero problema. Sono o no colpevole quando godo della cultura di cui la classe povera è priva?
Ciò che Nietzsche intende per nostra colpa, quella che, a suo parere, gli incendiari si sono addossata con il loro gesto, è il fatto di aver permesso alla morale cristiana e postcristiana di mantenere la confusione, e cioè l’illusione, l’ipocrisia di una cultura che ignora le disuguaglianze sociali, quando invece è solo la disuguaglianza a renderla possibile, la disuguaglianza e la lotta (tra diversi gruppi d’affetti).


Pierre Klossowski                                                             
Nietzsche et le cercle vicieux, Mercure de France 1969      
tr. it. E. Turolla, Nietzsche e il circolo vizioso, Adelphi 1981

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[*] corsivo di P. Klossowski

venerdì 21 gennaio 2011

Gilles Deleuze - sul trionfo delle forze reattive

È un divenire-malato di tutta la vita, un divenire-schiavo di ogni uomo che costituisce la vittoria del nichilismo. Così si potranno evitare dei fraintendimenti sui termini nietzschiani «forte» e «debole», «signore» e «schiavo»: è evidente che uno schiavo non cessa di essere uno schiavo prendendo il potere, né il debole un debole. Le forze reattive, anche se prendono il sopravvento, non cessano di essere forze reattive. Poiché, in ogni cosa, secondo Nietzsche, si tratta di una tipologia qualitativa, si tratta di bassezza e nobiltà. I nostri signori sono degli schiavi che trionfano, in un divenire-schiavo universale: l’europeo, il servo, il buffone… Nietzsche descrive gli stati moderni come formicai, in cui i capi e i potenti hanno il sopravvento per la loro bassezza. Per il contagio di questa bassezza e di questa buffoneria. Quale che sia la complessità di Nietzsche, il lettore può facilmente capire in quale categoria (cioè in quale tipo) egli avrebbe posto la razza dei «signori» concepita dai nazisti. Quando il nichilismo trionfa, allora, e soltanto allora, la volontà di potenza cessa di voler dire «creare», ma significa: volere la potenza, desiderio di dominio (dunque attribuirsi, o farsi attribuire, i valori stabiliti: soldi, onore, potere…). Ora proprio questa volontà di potenza è precisamente quella dello schiavo, è il modo in cui lo schiavo concepisce la potenza, l’idea che egli se ne fa, e che egli applica quando trionfa. Succede che un malato dica: ah! Se ne avessi le forze farei questo – e forse lo farebbe anche – ma i suoi progetti e le sue concezioni sono ancora quelle di un malato, nient’altro che quelle di un malato. È la stessa cosa per lo schiavo e la sua concezione della signoria o della potenza. E la stessa cosa per l’uomo reattivo e la sua concezione dell’azione. Ovunque il rovesciamento dei valori e delle valutazioni, ovunque le cose viste da un miserabile punto di vista, le immagini rovesciate come nell’occhio del bue. Una delle più grandi affermazioni di Nietzsche è: «bisogna difendere i forti dai più deboli».

Gilles Deleuze
Nietzsche, Presses Universitaires de France, Paris 1965
tr. it. a c. d. F. Rella, Nietzsche. Con antologia di testi, Bertani editore, Verona 1973, p. 30-31
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domenica 21 novembre 2010

la temuta e sconvolgente efficacia della parola [da: L'internamento di Nietzsche]



“Ma la cultura, caro amico, la nostra cultura… Viviamo in un ambiente così innocente, così vago e irreale … che la violenza e la morte sembrano escluse. Eppure per secoli, per millenni, le parole hanno avuto un senso di minaccia o di salvezza, sono coese tra gli uomini come coltelli. L’idea della cultura che abbiamo ricevuto, qualcosa di molto elevato, ideale, che ha valore per il suo disinteresse, ed esprime soltanto conoscenza … Beh, questa storia non è vera: se si cercano certi testi, che oggi forse sono poco conosciuti, se si vanno a leggere quei libri che sono che sono, per così dire, ancora chiusi nelle biblioteche, che nessuno legge da secoli, e non si bada, caro amico, al senso più prossimo, almeno come noi lo intendiamo, al senso conoscitivo o puramente speculativo … le cose possono apparire sotto una luce diversa, connettersi in modo imprevedibile, sconosciuto, ma ancora dotato di senso. Così ad esempio una discussione letteraria o scientifica può nascondere una condanna a morte, o un ammonimento sinistro: nella discussione compaiono soltanto teorie diverse, ma a poco a poco si capisce, eventualmente da piccoli particolari, da sfumature interpretative, ironiche, polemiche, che ci sono dei condannati e dei condannatori, degli imputati e dei giudici, che il processo in corso è una lotta in cui ciascuno mette in gioco la vita”.

Sorrise e si avvicinò finestra scuotendo la testa, come per limitare l’importanza delle ultime parole.

“Ma non si tratta soltanto di questo. In una civiltà dominata da una religione qualsiasi, le parole non possono essere mutate arbitrariamente, a caso. Nella teoria del diritto del Medioevo, e anche del Cinquecento e del Seicento, le formule si ripetono con poche lentissime variazioni, tutto il contrario dello sproloquio moderno; in questo mondo, in cui da qualche parola ben detta dipende l’assenza o la presenza di Dio, il peso, la gravità, la temuta e sconvolgente efficacia della parola è ancora presente. Che la parola sia divenuta soltanto parola soltanto discorso, è un fenomeno che noi, in fondo abbiamo accettato come cosa ovvia, su cui ci siamo adagiati troppo presto, senza verificare, senza indagare. Capisce cosa voglio dire? Non voglio affatto spiegare le sue ultime vicende; cerco di dirle che lei si trova certamente ancora, tutti ancora ci troviamo, a orientarci in un mondo troppo complesso con strumenti inadeguati”.

Capivo il senso generale del discorso; tuttavia si era creata in me una certa diffidenza. Kleiber diceva cose interessanti ma non tali da costituire per me una specie di rivelazione. Pensavo che questo orientamento derivava in parte dai suoi studi sulle religioni primitive, studi importanti nel loro ambito, ma che non potevano assumere un significato così esteso; mi sembrava inoltre, a tratti,di notare una certa reticenza o riservatezza.

“Capisco il suo imbarazzo – riprese Kleiber sorridendo, e avvicinando il suo viso al mio – Sono sempre i vecchi discorsi, penserà, da mitologo e storico delle religioni. Eppure lei ha vissuto, osservato, subito alcune forme di violenza, si è sentito minacciato: riconosca allora che, se la parola ha un potere reale, modifica in qualche modo la realtà, anche la violenza pura, insensata o incomprensibile, che è una delle caratteristiche più rilevanti della nostra epoca, non potrà isolarsi … o nascondersi. Essa dovrà esprimersi: cioè parlare, giustificarsi, controbattere, argomentare”.


da Guglielmo Forni Rosa

“L’internamento di Nietzsche” (1977)

ora in L’internamento di Nietzsche e altri racconti
Faenza, Moby Dick 2007

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martedì 16 novembre 2010

Seminario «Foucault e Marx»

«Io cito Marx senza dirlo, senza mettere le virgolette, e poiché la gente non è capace di riconoscere i testi di Marx, passo per essere colui che non lo cita. Un fisico, quando lavora in fisica, prova forse il bisogno di citare Newton o Einstein? Li usa, ma non ha bisogno di virgolette, di note a piè di pagina o di un’approvazione elogiativa che provi fino a che punto è fedele al pensiero del Maestro. E poiché gli altri fisici sanno quel che ha fatto Einstein, quel che ha inventato, dimostrato, lo riconoscono subito. È impossibile fare storia oggi senza usare una sequela di concetti legati direttamente o indirettamente al pensiero di Marx e senza porsi in un orizzonte che è stato descritto e definito da Marx. Al limite, ci si potrebbe chiedere che differenza ci sia tra essere storico e essere marxista»

Michel Foucault
"Entretien sur la prison : le livre et sa méthode", 1975
tr. it. in Microfisica del potere, 1977, p. 134

*  *   *
Rudy M. Leonelli
Seminario
Foucault e Marx
per il corso del prof. Alberto Burgio
0442 - Storia della filosofia contemporanea
Università degli Studi di Bologna
Dipartimento di Filosofia
A. A. 2010 - 2011


Il seminario si propone di delucidare il rapporto forte intrattenuto dalle ricerche di Michel Foucault con concetti ed analisi di Marx, segnatamente nel campo del sapere storico-politico moderno, soffermandosi su diversi luoghi strategici delle opere dei due filosofi-storici e sull’incessante ripensamento – non esente da rettifiche, spostamenti, specificazioni – di Foucault intorno ai suoi rapporti con Marx.
In questa prospettiva il Corso al Collège de France del 1976 “Bisogna difendere la società” assume un’importanza decisiva: è qui che Foucault esplora il complesso e conflittuale processo di formazione del sapere storico-politico moderno, a partire dal riconoscimento tributato da Marx agli storici francesi della Restaurazione, per analizzare poi le posteriori e divergenti trasformazioni di questo sapere, nel cui campo si iscrive la stessa genealogia di Foucault.
Lungo l’asse di questa dimensione riflessiva considereremo inoltre diversi brani di autori (in prevalenza marxisti) che – dopo Marx e prima del Corso del 1976 – hanno trattato la questione del paradossale emergere della storiografia moderna.e/o dell’interpretazione della storia in termini di lotta di classe come radicale e inattesa trasformazione dell’antica guerra delle “razze”.

Orario e sede del seminario: giovedì, ore 11-13, via Centotrecento 18, aula D
Data di inizio: giovedì 18 novembre 2010

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Comunicazioni
per i/le frequentanti:

* Il seminario,integrativo del corso di Storia della filosofia contemporanea del Prof. A. Burgio, è opzionale.
Per chi sceglie di includere nell'esame i temi affrontati nel seminario, è prevista una riduzione dei testi della bibliografia d'esame.
Per informazioni più dettagliate rivolgersi al dott. Leonelli.
* Parti integranti di testi discussi al seminario sono disponibili presso la Copisteria Centotrecento, via Centotrecento 19/b, Bologna
Aggiornamenti calendario:
Come comunicato a chi era presente alla scorsa giornata,
il seminario "Foucault e Marx"
NON si terrà giovedì 23 dicembre,

e riprenderà giovedì 13 gennaio 2011,

* * *
Il seminario si concluderà
giovedì 20 gennaio
(ore 11-13 aula D)
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lunedì 8 novembre 2010

Foucault-Marx. Paralleli e paradossi - Presentazione a Bologna 12 nov. 2010



FOUCAULT-MARX PARALLELI E PARADOSSI
a cura di Rudy M. Leonelli
Bulzoni Editore, 2010



Venerdì 12 novembre
ore 18

Libreria delle Moline
Via delle Moline, 3/A
Bologna
tel.: 051 23 20 53




Ne parlano:

Andrea Cavalletti
Università IUAV di Venezia
Manlio Iofrida
Dipartimento di Filosofia, Università di Bologna
Giuseppe Panella
Scuola Normale Superiore di Pisa
Rudy M. Leonelli
Dipartimento di Filosofia, Università di Bologna.


Qui si tratta del buon uso che riusciamo a fare di quanto è contenuto nelle riflessioni di Foucault, Marx, Gramsci,sulla natura ambigua e contraddittoria del potere,che è contemporaneamente sia dominio, sia egemonia, attraversando il pensiero politico della modernità, ma anche del rapporto stretto tra cultura e democrazia, dell’intreccio tra potere e sapere, che ha percorso in molteplici direzioni la profonda riflessione del nostro tempo nei testi di suoi protagonisti, quali Nietzsche, Heidegger, Freud, Breton, Sartre, Bataille, Blanchot, Canguilhem, per esempio, ma anche il poeta René Char, dell’immaginazione, del pensiero, del possibile.

Da interventi presentati e discussi all’incontro: Foucault, Marx, marxismi organizzato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici, il volume raccoglie sei saggi:

Alberto Burgio, La passione per la critica.
Stefano Catucci, Essere giusti con Marx.
Guglielmo Forni Rosa, Note sul rapporto Foucault-Marx. A proposito di “Difendere la società”.
Marco Enrico Giacomelli, Ascendenze e discendenze foucaultiane in Italia. Dall’operaismo italiano al futuro.
Manlio Iofrida, Marxismo e comunismo in Francia negli anni ’50. Qualche appunto sul primo Foucault.
Rudy M. Leonelli, L’arma del sapere. Storia e potere tra Foucault e Marx.

Il volume è arricchito da un contributo di Étienne Balibar.


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mercoledì 6 ottobre 2010

Friedrich Nietzsche - Difetto ereditario dei filosofi



Tutti i filosofi hanno il comune difetto di partire dall’uomo attuale e di credere di giungere allo scopo attraverso un’analisi dello stesso. Inavvertitamente «l’Uomo» si configura alla loro mente come una æterna veritatis, come un’identità fissa in ogni vortice, come una misura certa delle cose. Ma tutto ciò che il filosofo enuncia sull’uomo, non è in fondo altro che una testimonianza sull’uomo di un periodo molto limitato. La mancanza di senso storico è il difetto ereditario di tutti i filosofi; molti addirittura pendono di punto in bianco la più recente configurazione dell’uomo, quale essa si è venuta delineando sotto la pressione di determinate religioni, anzi di determinati avvenimenti politici, come la forma fissa dalla quale si debba partire. Non vogliono capire che l’uomo è divenuto e che anche la facoltà di conoscere è divenuta; mentre alcuni di loro si fanno addirittura fabbricare, da questa facoltà di conoscere, l’intero mondo. Ora tutto l’essenziale dell’evoluzione umana è avvenuto in tempi remotissimi, assai prima di quei quattromila anni che all’incirca conosciamo e durante i quali l’uomo non può essere gran che cambiato. Ma nell’uomo attuale il filosofo vede «istinti» suppone che essi appartengano ai fatti immutabili dell’uomo e possano quindi fornire una chiave alla comprensione del mondo in generale: tutta la teologia è basata sul fatto che dell’uomo degli ultimi quattro millenni si parla come di un uomo eterno, al quale tendono naturalmente tutte le cose del mondo. Ma tutto è divenuto; non ci sono fatti eterni: così come non ci sono verità assolute. Per conseguenza il filosofare storico è da ora in poi necessario, e con esso la virtù della modestia.

Friedrich Nietzsche, Menschliches, AllzumenschlichesUmano troppo umano, Adelphi, a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, vol. I, parte prima, § 2