mercoledì 9 dicembre 2009

Caserme Rosse, il lager di Bologna (documentario) Anteprima nazionale: 12/12 al cinema Lumière


Caserme Rosse

il lager di Bologna

(Italia/2009)

di Danilo Caracciolo e Roberto Montanari (53')



Si solleva il velo dell’oblio su una delle vicende più oscure della II Guerra Mondiale in Italia: contributi di esperti storici e testimonianze dirette, restituiscono alla memoria civile la storia dimenticata del campo di Caserme Rosse, teatro di una grande tragedia umana, dei rastrellati civili e militari destinati ai campi di lavoro o di sterminio del nord Europa, o al lavoro coatto sulla linea del fronte in Italia, ma anche storie di grande solidarietà da parte di chi, come il medico e il prete del lager, fece di tutto per dare loro una speranza di libertà. Un tracciato storico che dal settembre 1943 arriva fino ai giorni nostri, alla scoperta di nuovi elementi, ai dubbi e alle indagini sulle ipotesi di fucilazioni di massa e presenza di fosse comuni.

Al termine della proiezione incontro con i registi e con Luca Alessandrini (Direttore Istituto Storico Parri Emilia-Romagna), Monsignor Antonio Allori (Presidente Fondazione GDO, successore di Don Giulio Salmi), Armando Sarti (Presidente ANPI Bolognina).


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Caserme Rosse 1944-2008

La primavera delle culture antifasciste '09

"Piazza Fontana, una strage lunga quarant'anni - Presentazione a Bologna, 9/12/09


Piazza Fontana.
Una strage lunga quarant'
anni


Un quaderno di Contropiano in collaborazione con la Libreria Quarto Stato di Aversa


Presentazione mercoledi 9 dicembre ore 21.00
HUB via Serra 2/c - Bologna

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Il sommario del quaderno:


  1. Introduzione
  2. Piazza Fontana. Una strage lunga quaranta anni. In Italia non è ancora finita la “guerra dei quaranta anni”. Dalla Guerra Fredda alla Guerra sul “fronte interno”. Il cambio di passo degli anni Sessanta. La Madre di tutti i depistaggi: la tesi del “Doppio Stato”. Il sovversivismo permanente delle classi dominanti

  1. La storia rovesciata. La cooptazione dei fascisti negli apparati dello Stato repubblicano. Dalla guerra fredda alla guerra interna in funzione anticomunista. La spaccatura tra i neofascisti. Il Partito Atlantico coopta gli ex nemici. La strategia della guerra a bassa intensità è indicata già diciassette anni prima della strage. Perché la sinistra antagonista passa all’autodifesa collettiva

  1. La reazione della sinistra alla Strage di Stato. Quei giorni a metà del dicembre del 1969. Parte la controinformazione e sarà una vittoriosa battaglia politica

I documenti

  1. Una questione di verità e di responsabilità (di Roberto Mander)
  2. Cos’è questo golpe? Io so (di Pierpaolo Pasolini)
  3. Estate 1969 (di Giangiacomo Feltrinelli)
  4. Le “Cinque entità” stragiste nelle audizioni del giudice Salvini alla Commissione Stragi
  5. L’uso dei fascisti contro i movimenti (Contropiano)
  6. Gli “Uomini Neri” (Contropiano)

Schede e bibliografia ragionata sulla Strage di stato

Gli autori di questa pubblicazione

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sabato 5 dicembre 2009

antifascismo oggi


«
Al di là dei fatti, serve una riflessione complessiva su cosa significa essere antifascisti oggi. E la prima interpretazione da cui bisogna culturalmente distaccarsi è che l’antifascismo sia una pratica che appartiene solo ad un’avanguardia che si reputa tale. L’antifascismo è una pratica quotidiana che ha successo laddove l’antifascista con la sua presenza nei quartieri, nelle lotte per la casa, il lavoro, la salute riesce a creare un tessuto politico e sociale coeso che sappia respingere la presenza fascista in modo automatico senza bisogno che ciò sia ogni volta onere o responsabilità di un gruppo ristretto di militanti. I fascisti portano violenza e intolleranza e rappresentano forze fresche al servizio dei potenti nei momenti di maggiore crisi o di conflittualità sociale. E’ un dato storico e politico che deve sempre essere chiaro
».


[un brano che condivido, tratto da un articolo su Senza Soste]
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lunedì 30 novembre 2009

«Serantini come Stefano Cucchi»


Sarebbe oggi vicino ai sessant'anni. Era nato a Cagliari il 16 luglio 1951, morì a Pisa il 7 maggio del 1972, dopo lunga agonia, ammazzato dai colpi di manganello, dai pugni, dai calci di alcuni agenti della Celere di Roma, dall'indifferenza di medici, carcerieri, magistrati... «Il posto dove fu colpito a morte è sul Lungarno Gambacorti di Pisa, tra via Toselli e la via Mazzini...». Così comincia il libro di Corrado Stajano, «Il sovversivo», dove si racconta «vita e morte dell'anarchico Serantini». Riletto quasi trentacinque anni dopo la pubblicazione e trentasette dopo quei fatti di Pisa dà la sensazione tremenda di una cronaca d'oggi o solo di pochi mesi fa: sembra d'essere a Genova nei giorni del G8, Franco Serantini pare Federico Aldrovandi o assomiglia, ancora più vicino a noi, a Stefano Cucchi.

«Una morte questa di Stefano - dice ora Corrado Stajano - che sarebbe passata nel silenzio, se non ci fosse stata una sorella combattiva, se non ci fosse stata quella famiglia che ha avuto il coraggio di opporsi. Contro la verità, mi pare d'assistere a storie, che ho già vissuto, di deviazioni e di bugie». La morte di Serantini non passò sotto silenzio. Ai suoi funerali (e sono tra le pagine più belle e commoventi del libro), il 9 maggio, un fiume di gente. I detenuti del carcere Don Bosco, dove Serantini aveva trascorso le ultime ore, inviarono un mazzo di margherite. Franco Serantini era nato senza famiglia, abbandonato in un brefotrofio. Fu dato in affidamento a una famiglia siciliana, visse in istituto a Cagliari. Quando arrivò ai diciassette anni, un'esistenza di solitudine, decisero che si rendeva utile il ricovero in riformatorio. Serantini era soltanto chiuso di carattere, soffriva l'autorità (o l'autoritarismo), ma non aveva mai commesso un reato: tuttavia fu così destinato... Serantini giunse a Firenze (all'Istituto di osservazione per i minori scoprirono che il suo quoziente di intelligenza era 1,02, quando la media è di 0,70), venne dirottato al centro di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa, in semilibertà: di giorno poteva uscire. Il riformatorio è la via della maledizione: Serantini si salvò.


Era il Sessantotto quando Serantini arrivò a Pisa. Si lasciò prendere dalla politica, cominciò a partecipare alle assemblee degli studenti, trovò persino un lavoro. Prese la licenza media e cominciò a frequentare un istituto professionale. Divenne anarchico. A Pisa giravano squadracce fasciste: le aggressioni si ripetevano, ma la polizia caricava gli antifascisti, quando protestavano. La politica nelle strade era anche questa. A Roma, al governo si era esaurita l'esperienza del centrosinistra, le elezioni furono indette per il maggio dell'anno successivo, il 1972. Il 5 maggio Giuseppe Niccolai, deputato missino, avrebbe parlato in Largo Ciro Menotti, nonostante le tensioni alle stelle di quei giorni. Per quella giornata arrivarono a Pisa rinforzi di polizia, anche ottocento agenti del I Raggruppamento celere da Roma. Più cinquecento carabinieri, più cento carabinieri paracadutisti, più i reparti della ps di stanza in città. Che fu una città sotto assedio, che mi ricorda Genova. «Mi immagino - racconta Corrado Stajano - Serantini solo in mezzo alla strada. Questo dicono tutte le testimonianze. Solo e inerme in Lungarno Gambarcorti. Sarebbe potuto fuggire come gli altri quando la polizia aveva sfondato la barricata.

Ma non si mosse, invece. Invece lo assalì un nugolo di agenti, che lo massacrarono di botte, con ferocia, con crudeltà. Un ragazzo che non aveva alzato neppure una mano...». A Pisa qualcuno tentò di intervenire. Il commissario Pironomonte cercò con l'arresto di sottrarre Serantini alla furia degli agenti e pochi giorni dopo si dimise. Fu un'eccezione. Ma gli altri. Gli altri... Non solo i poliziotti che picchiarono. Anche il medico che visitò Serantini all'ingresso in carcere e che non ordinò il ricovero di un ragazzo che non si reggeva in piedi con la testa sfondata, il magistrato che continuò a interrogarlo in quelle condizioni, i secondini che non intervennero malgrado i richiami del compagno di cella di Serantini. Sta di fatto che tutto si ingarbugliò tra reticenze, bugie, conflitti giudiziari, quando avocazioni e trasferimenti di magistrati intervennero pesantemente sull'inchiesta. «In questo senso credo che Serantini sia stato ucciso due volte: una dalla polizia, la seconda dalle istituzioni che non gli hanno reso giustizia. Con un bravo giudice istruttore, Paolo Funaioli, in conflitto con il procuratore generale di Firenze, Calamari, che io definisco un personaggio da vetrata medioevale. Sarebbe bastato leggere le perizie medico legali...». L'ex democristiano Giovanardi ha detto che Stefano Cucchi è morto perché era drogato e anoressico. «I periti scrissero che Franco era portatore di una voluminosa milza, da bambino aveva avuto la malaria, aveva le ossa della testa più sottili del normale e quindi aveva una minore resistenza ai colpi».

Oreste Pivetta, da l'Unità, 29 nov. 2009
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domenica 29 novembre 2009

La straniera - Quaderni Viola - 2



La straniera. Informazioni, sito-bibliografie e ragionamenti su razzismo e sessismo, (a cura di C. Bonfiglioli, L. Corradi, L. Cirillo, B. De Vivo, S. R. Farris, V. Perilli). Come il primo, anche il secondo numero dei Quaderni Viola si propone di fornire dati elementari di conoscenza, bibliografie e sitografie per chi desideri poi approfondire, spiegazioni brevi ma capaci di orientare un lavoro politico. Il tema del razzismo è esaminato nelle sue intersezioni con il genere e la classe, così come nel primo numero il tema del lavoro è stato analizzato nelle intersezioni con il genere e con la condizione migrante. Le intersezioni tra vari rapporti di oppressione hanno assunto un’importanza crescente nella ricerca femminista internazionale. In questo quaderno vengono offerti esempi concreti di come genere-classe-razza/etnia/cultura-generazione contribuiscano a determinare posizioni di oppressione nella gerarchia sociale, ma anche nuove possibilità di presa di parola. Allo scopo di indagare alcune delle forme storiche in cui il concetto di razza è stato creato e impiegato, la prima parte del quaderno ne analizza alcuni momenti centrali: l’antisemitismo e la scientizzazione della categoria di razza, il razzismo anti-Rom, il colonialismo e, in particolare, il periodo coloniale italiano e il razzismo anti-meridionale. Il dibattito sul concetto di intersezionalità, sul ruolo da attribuire a ciascuna componente della triade “razza- genere-classe” si è arricchito negli anni di contributi e riflessioni sempre più numerose. La seconda parte perciò offre le coordinate teoriche e bibliografiche per orientarsi in tale dibattito e per affrontare, con una prospettiva più avveduta, l’intera trama problematica che è oggetto del quaderno. La terza e ultima parte infine si concentra sulle forme assunte dal razzismo contemporaneo in Italia, in particolare nelle loro declinazioni di genere. Gli immigrati e le immigrate sono divenuti/e il bersaglio principale di retoriche e pratiche xenofobe. Tuttavia, oltre che discorso esplicito, il razzismo contemporaneo si camuffa principalmente dietro narrative “difensive” che sempre più per affermarsi strumentalizzano le donne, italiane e non. Sono soprattutto tali narrative oggi ad insidiarsi nelle coscienze ed è, pertanto, dalla decostruzione di esse che dobbiamo partire per smascherare la propaganda razzista e misogina.

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Per l'indice del numero e brevi schede sulle autrici rinviamo al sito delle Edizioni Alegre. Sui Quaderni Viola e La straniera si veda anche: Quaderni Viola sito e blog, Mapps, Femminismo a Sud, Aut-Aut,
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da Marginalia
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Nous sommes la rage vivante d'une planète mourante



Ginevra, manifestazione anti OMC , 28 novembre 2009


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da: indymedia.ch

sabato 21 novembre 2009

Parma antifascista: manifestazione al quartiere Montanara




Parma, 21 novembre
Grande partecipazione al corteo antifascista in quartiere Montanara. La manifestazione, aperta dal Comitato Antifascista e dagli abitanti del quartiere, ha visto una partecipazione di circa 1000 persone, associazioni partigiane, studenti, lavoratori e compagni ...




continua a leggere e visita la galleria fotografica completa in Parma Antifascista

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vedi anche:
Zic, La Repubblica Parma

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domenica 15 novembre 2009

La battaglia della Bolognina - 15 novembre 1944 / 2009

La battaglia della Bolognina – 65° anniversario

15 novembre 1944 – 15 novembre 2009


In una casa di Bologna, al civico 5 di piazza dell’Unità alla Bolognina, dopo la battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944, il comando partigiano aveva stabilito una base nella quale si trovavano 19 gappisti (appartenenti ai GAP - Gruppi di Ardimento Patriottico).

Otto giorni dopo porta Lame, nella mattinata di mercoledì 15 novembre, verso le 7,30 giunsero in località Bolognina circa 300 tedeschi con 12 carri armati, che circondarono tutto il quartiere, bloccando le strade ed impedendo ogni traffico. Vennero predisposte dai tedeschi ai crocicchi e lungo le strade delle postazioni fisse con mitragliatrici. Dirigeva le operazioni il tedesco comandante delle SS (Schutzstaffell – Squadre di Sicurezza) e delle SD (Sicherheitsdenst – Servizio di Pubblica Sicurezza delle SS) di Bologna.

Il rastrellamento doveva essere stato preparato nel modo più meticoloso, perché ogni gruppo di tedeschi veniva condotto al proprio punto di intervento da un motociclista, fornito di una pianta della zona.

Alle 8,30 del mattino giunsero sul posto anche 600 militi delle brigate nere. Mentre i tedeschi tenevano bloccato tutto il quartiere, i militi iniziarono la perquisizione delle case, sfondando le porte e perlustrando ogni appartamento.

I partigiani presenti al momento nella base (17 uomini) si trovavano ai margini del cerchio nemico e -vista la grande sproporzione di forze in campo- stabilirono di barricarsi dentro la casa e di rimanere occultati, accettando combattimento soltanto nella eventualità di venire scoperti. Se costretti allo scontro si sarebbero lanciati fuori dall’appartamento facendo fuoco. Attraverso alcune cantine era raggiungibile un cumulo di macerie, da cui poteva risultare più agevole lo sganciamento verso il vicino mercato ortofrutticolo.

Barricata la porta i partigiani si disposero con calma alla difesa ed osservarono il silenzio, attendendo gli eventi.

Verso le 12 i fascisti, che avevano già perquisito tutte le altre case della Bolognina, entrarono nel palazzo dove si trovavano i nostri e cominciarono a sfondare le porte degli appartamenti per ispezionarne gli interni. La porta della base in un primo momento resistette ai loro sforzi, perciò passarono oltre, salendo fino all’ultimo piano. Solo nello scendere tornarono ad accanirsi di nuovo contro la porta che cedette.

Immediatamente fu aperto il fuoco contro i tre fascisti che eseguivano il rastrellamento, che caddero.

Iniziò quindi la battaglia ed il tentativo di sganciamento. I nazifascisti ebbero pesanti perdite. Vennero sparati anche colpi di cannone contro le finestre da cui partiva il fuoco contro tedeschi e fascisti. Al termine della battaglia cinque partigiani avevano perso la vita. Altri 6 vennero catturati, di cui 5 feriti, essi furono torturati e fucilati fra il 18 novembre, il 13 e 27 dicembre ’44. I restanti partigiani riuscirono a mettersi in salvo.

Fra i combattenti della battaglia della Bolognina tre sono stati decorati di Medaglia d’Argento al Valor Militare, due alla memoria, Mario Ventura (nome di battaglia Sergio), fucilato al poligono di tiro di via Agucchi il 18 novembre ’44 e Facchini Amos (Joe), caduto a 17 anni nel corso della battaglia (vedi anche nota alla pagina seguente). La terza medaglia d’argento decora il petto di Renato Romagnoli (Italiano), l’unico vivente fra i partigiani, diciassettenne al momento dello scontro.

Nel ricordo dei caduti in battaglia e dei compagni di lotta fucilati, dei 270 martiri del “poligono di tiro”, delle vittime dei bombardamenti aerei, unitamente a tutti i caduti civili e militari ed ai deportati, ebrei, civili, politici, come monito di pace e di fratellanza fra i popoli è dedicato l’incontro odierno di piazza dell’Unità.

Armando Sarti - Presidente della sezione Anpi Bolognina



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Commemorazione nel 65° anniversario della
battaglia della Bolognina

domenica 15 novembre
ore 11
Piazza dell'Unità
Bologna
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martedì 10 novembre 2009

A tutti i firmatari della petizione per i diritti dei migranti in Libia - To all the signatories of the petition for the rights of migrants in Lybia


A tutti i firmatari della petizione per i diritti dei migranti in Libia.

Martedì 10 novembre 2009.
Nel giorno in cui il Ministro Maroni torna a Tripoli per festeggiare il disumano successo del trattato con il dittatore libico, annunciando che presto altre 3 motonavi italiane saranno fornite alla polizia di Gheddafi per rinforzare controlli e respingimenti.
Nel giorno in cui un'altra barca di esseri umani rischia di essere lasciata in balia del mare o restituita alla violenza e all'arbitrio della polizia libica.
Noi non rinunciamo alla necessità della denuncia e consegniamo agli uffici di rappresentanza in Italia di Parlamento Europeo e Commissione Europea, con la presenza di UNHCR,le 18.000 firme raccolte per chiedere:
- un' inchiesta internazionale sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia in seguito agli accordi bilaterali con il Governo Italiano
- una missione umanitaria in Libia per verificare la condizione delle persone detenute nelle carceri e nei centri di detenzione per stranieri

Lo faremo insieme ai protagonisti del film nel pomeriggio di martedi 10 novembre 2009.
Filmeremo e fotograferemo l'incontro e pubblicheremo le immagini sul sito.
Poi alle 18.00 vi invitiamo tutti al CINEMA AQUILA a Roma per la
PRESENTAZIONE del dvd+libro di "COME UN UOMO SULLA TERRA" con proiezione speciale del film.

In attesa che prima o poi anche i destinatari italiani della petizione, i Presidenti di Camera e Senato, accettino di accogliere la nostra delegazione in rappresentanza dei 18.000 firmatari che chiedono il rispetto e la tutela di miglaia di esseri umani.

Grazie a tutti voi.


To all the signatories of the petition for the rights of migrants in Lybia

Tuesday 10th of November 2009
While the Italian Ministry Maroni goes again to Tripoli to celebrate the inhuman success of the alliance with the Lybian dictator.
While he is announcing that other 3 italian militar ships will be furnished to the Lybian police to stop the migrants trips.
While another boat is risking to be abandoned in the middle of the sea or to be forced to return into the Lybian violence.

We don't give up the necessity of the denounce:
we will deliver to the Representative Office in Italy of European Parliament and European Commission, with the presence of UNHCR the 18.000 signatures of the petition which asks:
- to promote the establishment of an independent, international committee of enquiry to investigate the procedure for the control of migratory flows in Libya, under the terms of the bilateral agreement with the Italian Government.
- to rapidly send an international humanitarian mission to Libya to verify the conditions of detainees in the prisons and the detention centres for foreigners ...

Thanks to everybody.

sabato 7 novembre 2009

Brecht: I bolscevichi nel 1917 scoprono nello Smolny...


I bolscevichi nel 1917 scoprono nello Smolny dov’era rappresentato il popolo: in cucina


Bertolt Brecht



Quando, passata la rivoluzione di Febbraio, il moto delle masse s’era interrotto,

la guerra ancora continuava. Senza terra i contadini,

angariati e affamati gli operai nelle fabbriche.

Ma i soviet, eletti da tutti, rappresentavano i pochi. E mentre ogni cosa

rimaneva uguale all’antico e nulla cambiava forma,

i bolscevichi come malfattori s’aggiravano per i soviet

insistendo nel chiedere che i fucili si volgessero contro il vero nemico del proletariato: i padroni.

E quali traditori erano considerati e tenuti per controrivoluzionari,

emissari di canaglie e malandrini. Lenin, il loro capo

tacciato di spia venduta, si nascondeva in un granaio.

Ovunque guardassero, non c’era

sguardo che non si abbassasse, li accoglieva il silenzio.

Sotto altre bandiere vedevano marciare le masse.

Gonfiava il petto la borghesia dei generali e dei bottegai

e perduta appariva la causa dei bolscevichi.

Eppure in quel tempo il loro lavoro proseguiva come al solito:

la canea non li spaventava e neppure l’aperta defezione

di coloro per cui si battevano. Ma anzi

sempre di nuovo

con sempre rinnovato slancio s’impegnavano

per la causa degli infimi.

Ma, come essi stessi ci narrano, un fatto li colpì:

che nel distribuire i cibi, zuppa di cavoli e tè,

il dispensiere del comitato esecutivo – un soldato – ai bolscevichi

dava tè più caldo e panini meglio imbottiti

che a chiunque altro, e nel porger ad essi il cibo

fingeva di non guardarli. Allora capirono: quell’uomo

simpatizzava con loro, pur dissimulandolo

davanti ai suoi superiori, e del pari visibilmente

tutto il personale di fatica dello Smolny,

guardiani, corrieri e sentinelle, propendeva per loro.

E vedendo questo dissero:«la nostra causa è vinta per metà».

Giacché la minima reazione di quella gente,

accento e sguardo, ma anche il loro silenzio e volger d’occhi,

per essi aveva importanza. E di costoro

essere detti amici era la meta più alta.